L'UE non fa paura: Google e il futuro di Android

Alphabet non risente in borsa della sanzione della Commissione UE: preannuncia appello, ma dovrà riprogettare il modello di business di Android.

L'UE non fa paura: Google e il futuro di Android

A distanza di poche ore dalla maxi-multa da 4,34 miliardi di euro inflitta a Google per abuso di posizione dominante su Android, le prime certezze giungono dalla borsa: chi immaginava le azioni a picco, infatti, dovrà rivedere le proprie convinzioni: Alphabet chiude in sostanziale parità una giornata sicuramente travagliata, ma vissuta per gran parte del tempo in territorio positivo ed in ogni casi sui massimi del 2018. La sentenza della Commissione Europea va infatti capita fino in fondo e interpretata in prospettiva, cercando di capire cosa possa realmente succedere nel breve periodo.

La Commissione ha imposto a Google una deadline di 90 giorni per poter regolarizzare le proprie licenze e in tutta risposta Google ha preannunciato ricorso: laddove l’Europa vede restrizione di concorrenza, infatti, Google vede un ampliamento delle opportunità proprio grazie alla gratuità di Android ed a quel modello di business che l’antitrust intende mettere al bando. Le parti dovranno capirsi sui termini legali di definizione del mercato degli smartphone, dei motori di ricerca e della libera concorrenza, poiché il caso tira in ballo una molteplicità di fattori che vanno dal sistema operativo a Google Play, dal browser Chrome al mercato del search advertising.

Sundar Pichai ha immediatamente messo le mani avanti ed ha lasciato intendere come, nel caso in cui in appello le cose non dovessero andare nel migliore dei modi, l’attuale modello di business legato ad Android andrebbe di fatto in fuorigioco. In altri termini, Google non potrebbe più distribuire gratuitamente il proprio SO in virtù dell’impossibilità di avere un ritorno dall’imposizione del proprio app store, del proprio browser e delle proprie app. L’alternativa potrebbe pertanto essere in linea di principio una soltanto: vendere Android ai produttori OEM, così da compensare gli ammanchi relativi alla caduta dei termini di licenza attuali.

Quanto costerebbe in tal caso Android ai produttori? Occorre immaginare una condizione per cui Google tenterà comunque di portare su Android le proprie app ma, sulla base degli accordi che riuscirà a strappare, verrà comunque meno parte dei guadagni legati alla ricerca online poiché verrà meno l’esclusività del servizio. Questo ammanco, spalmato sulla molteplicità di dispositivi sul mercato, determinerà pressapoco il costo che Google dovrà chiedere per non veder intaccato un modello di business che aveva fin qui fatto la fortuna tanto di Google, quanto degli sviluppatori, quanto ancora dei produttori legatisi a doppio filo all’androide verde. Sarebbe in tal caso interessante capire quanto possa essere realmente tale costo, poiché consentirebbe di confrontarlo con altri precedenti esperimenti (leggasi: Windows Phone) che proprio sul costo del SO agli OEM e sulla carenza di app nel marketplace si son giocati ogni possibilità di emergere.

La fiducia della borsa nel titolo Alphabet lascia intendere come nel breve periodo non succederà nulla di pericoloso: Google continuerà a controllare il mercato della ricerca mobile, nessun sistema operativo concorrente metterà in discussione l’egemonia di Android ed Apple tutto sommato non potrà nemmeno giovarsi troppo delle sventure del proprio concorrente. La sentenza è tuttavia qualcosa che segnerà un prima e un poi: la Commissione Europea non ha imposto alcuna strategia a Google, ma ha chiesto immediata regolarizzazione circa l’abuso di posizione dominante ravvisato. Tocca a Google rivedere le proprie strategie e tutto lascia pensare che, al netto delle pratiche legate al ricorso, siano già in atto le trattative utili a rivisitare il modo con cui Android si presenterà sul mercato degli smartphone negli anni a venire. Samsung, Huawei e altri grandi nomi della galassia Android stanno a guardare in attesa di notizie, perché ogni sovrapprezzo cambierebbe radicalmente i margini ottenibili dalla vendita dei propri device.

Tempo al tempo: nell’immediato Android non rischia nulla e per Alphabet, che siede su un reddito netto da 9,4 miliardi di dollari, la sanzione appare ad oggi poco più che un incidente di percorso. Peraltro probabilmente previsto. Peraltro probabilmente aggirabile, ma atterrando su una nuova dimensione meglio gradita alle autorità europee.

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